La sostenibilità tra teoria e realtà
Sempre più spesso parliamo di sostenibilità, transizione, innovazione, economia circolare, di imprese chiamate a ripensarsi in chiave più responsabile.
E’ un linguaggio ormai diffusissimo, presente nei dibattiti pubblici, nelle strategie aziendali, nella comunicazione, nella consulenza. Eppure proprio questa centralità rende ancora più evidente la distanza tra il parlare di sostenibilità e l’averne davvero una visione.
Per chi lavora nella gestione dei rifiuti e nella consulenza ambientale, la sostenibilità non è mai solo un linguaggio, non coincide mai semplicemente con una visione ben raccontata. Si misura anzi con la complessità normativa, con i limiti autorizzativi, con la realtà dei processi, con i costi, con gli sbocchi di mercato e con la tenuta concreta delle filiere. Ed è lì che le parole iniziano davvero a pesare.
Lo vediamo ogni giorno: esistono progetti di economia circolare che, sulla carta, appaiono coerenti, desiderabili, perfino entusiasmanti. Poi però si scontrano con autorizzazioni complesse, impianti insufficienti o lontani, mercati incapaci di assorbire ciò che si vorrebbe recuperare, costi che rendono il progetto fragile o addirittura non sostenibile sul piano economico. In altre parole, si scontrano con la realtà.
E proprio per questo, parlare seriamente di sostenibilità significa prima di tutto rifiutare la semplificazione.
Gli allevamenti: il punto che si evita
Durante i confronti con i vari esperti di sostenibilità, spesso viene citata la Pianura Padana come esempio di una delle aree più inquinate d’Europa. L’Agenzia europea per l’ambiente infatti, descrive il Nord Italia come una delle aree più critiche del continente per la qualità dell’aria, soprattutto per il particolato, a causa della combinazione fra alta densità di emissione antropiche, condizioni metereologiche e caratteristiche geografiche che favoriscono l’accumulo degli inquinanti e la formazione di particelle secondarie.
Quando si richiama il tema delle cause di questo inquinamento e si fa notare che c’è un peso elevatissimo degli allevamenti intensivi, la risposta quasi immediata è: “non è solo quello”. Ed è vero, non è solo quello.
Nessuno può sostenere che l’inquinamento della Pianura Padana dipenda esclusivamente dagli allevamenti; pesano il traffico, il riscaldamento, le attività industriali, la densità abitativa e produttiva, oltre alla conformazione del territorio. Ma il punto è un altro: il fatto che non siano l’unica causa viene usato troppo spesso per non dire che restano una delle cause più pesanti, e una di quelle che meno volentieri si mettono davvero in discussione.
I dati ufficiali sono semplici e chiari: il peso degli allevamenti è tutt’altro che marginale, perché conta nelle emissioni, conta nella gestione dei reflui, conta nell’intero sistema che l’allevamento richiede, a partire dalla produzione di mangimi e dall’uso di suolo necessario a sostenerlo.
Il tema degli allevamenti non è né marginale né circoscritto, non è un dettaglio. Ed è qui che, molto spesso, il discorso sulla sostenibilità mostra il suo limite culturale prima ancora che tecnico. Finché si parla di processi, innovazione, modelli, certificazioni, strategie, economia circolare, tutto fila. Quando invece si tocca il nodo degli allevamenti e del consumo di prodotti animali, il tono cambia, si relativizza, il discorso si sposta.
Si minimizza: “non è solo quello”. Come se il fatto di non essere l’unica causa bastasse a renderlo un tema secondario.
Ed invece è l’opposto. Proprio perché gli allevamenti si collocano al crocevia tra impatto ambientale e questione animale, rappresentano uno dei punti più scomodi e più rivelatori dell’intero discorso sulla sostenibilità.
Costringono ad uscire dalla sostenibilità come tecnica ed a entrarci come visione, costringono a chiedersi non solo come rendere più efficienti i processi esistenti, ma anche quali processi, quali filiere e quali modelli produttivi siamo ancora disposti a considerare normali (e morali).
È in questo quadro che il discorso mostra il suo punto più rivelatore.
Perché ci sono momenti il cui la distanza fra il linguaggio della sostenibilità e ciò che quel linguaggio dovrebbe implicare davvero appare con una nettezza quasi brutale. Momenti in cui diventa evidente quanto facilmente il richiamo alla sostenibilità riesca a convivere anche con forme di sfruttamento animale che, se guardate senza anestesia linguistica, dovrebbero invece incrinarlo alla radice.
Ed è lì che il quadro si ricompone da solo.
Non perché interessi il dettaglio in sé o perché si voglia trasformare singoli episodi in attacchi polemici. Ma perché in quei momenti emerge in modo esemplare lo stesso meccanismo che incontra anche altrove: la stessa relativizzazione, la stessa rimozione, lo stesso modo di tenere separati il linguaggio della sostenibilità e ciò che quel linguaggio dovrebbe implicare davvero.
Dalla tecnica alla visione
Perché questo è il nodo cruciale: se il discorso sulla sostenibilità riesce ad assorbire senza attrito l’idea di trasformare esseri viventi, ad esempio, in beni di lusso, allora il problema non è una semplice incoerenza marginale. Il problema è più profondo: è che la sostenibilità viene trattata come una tecnica, una narrazione, una competenza comunicativa e non come una visione capace di interrogare il rapporto con il vivente, con il limite e con ciò che consideriamo accettabile.
Per chi lavora nel mio settore, questo non è un tema accessorio. Sappiamo bene quanto sia difficile tradurre la sostenibilità in fatti concreti e, proprio per questo, il tema della sostenibilità dovrebbe essere trattato con più rigore, non con meno. E quel rigore dovrebbe valere anche per i punti che disturbano di più.
Il problema, allora, non è quante volte si pronunci la parola “sostenibilità”. Il problema è capire che cosa si è davvero disposti a mettere in discussione quando la si pronuncia. Perché se il discorso si arresta proprio davanti allo sfruttamento animale – o addirittura riesce a convivere serenamente con l’idea di allevare animali per trasformarli in lusso (o in cibo) – allora il punto non è che mancano i progetti. Il punto è che manca il senso.
E senza quel senso la sostenibilità resta solo linguaggio retorico. Non una visione.
Silvia Bertacca
